L'autorevolezza perduta

24 novembre 2025

Quando si manifestano problemi di vario genere a scuola, la risposta del DECS è come una segreteria telefonica: aumentare le risorse di personale e costi. È una visione contorta, non solo perché siamo in tempi di magra. 

Alla scuola occorre invece ben altro. Oltre ad uno spiccato spirito (auto)critico, ci vuole una migliore coordinazione delle risorse già attive oggi, senza doppioni; un ridimensionamento degli altisonanti principi pedagogici in voga, sovente distanti dalla realtà; il ritorno alla centralità del maestro, evitando che diventi un burocrate asettico e messo quasi in disparte dalla selva di nuove figure che popolano la scuola. Questo scenario, che percepisco, non può che fragilizzare ulteriormente il ruolo di docente, che deve tornare ad essere il fulcro dell’azione di insegnamento-apprendimento. 

Recentemente il collega Giuseppe Sergi si è espresso sull’aumento degli allievi in Ticino che fanno capo a lezioni private. Alle scuole medie superiori sarebbero circa il 37%; nel secondo biennio di scuola media addirittura il 48%. Concordo con Sergi: queste cifre sono “un segnale evidente di una crisi del sistema”, che merita al contrario una “riflessione a tutto campo sulla scuola dell’obbligo, sulla crisi che essa attraversa e sugli strumenti per farvi fronte.” Come PLR, tra l’altro, su stimolo dell’associazione LaScuola, abbiamo proposto, nel settembre del 2024, l’iniziativa denominata “Per lo studio e la realizzazione di una nuova scuola media”. Attendiamo con fiducia un riscontro da parte del Dipartimento. 

I motivi dell’aumento delle lezioni private sono molteplici. Tra quelli “esterni”, segnalo le reminescenze del COVID e le distrazioni digitali. Ma vi sono anche cause “interne”: mi riferisco in particolare al tipo di scuola promosso in questi anni dal DECS e alla politica d’inclusione spinta ad ogni costo. Alla luce dei fatti, essi si dimostrano perlomeno discutibili, anche perché ingolfano il sistema: la scuola è divenuta un minestrone elefantiaco e perde di vista le priorità e le bellezze di insegnare. Come non capire, inoltre, che il chilometrico Piano di studio, colmo di pedagogichese e pomposi propositi, presuppone acrobazie formative per provare ad essere concreto? E che l'esagerazione assegnata all’“apprendimento per competenze” – che mette in secondo piano le conoscenze (ma pure le esperienze e i valori di vita) – può essere una delle cause dell’aumento delle lezioni private per colmare certe lacune? 

Il docente non è più nelle condizioni di portare in aula quegli ingredienti che sono invece indispensabili per la crescita dei nostri figli: la capacità di promuovere un contagio emotivo ed empatico, di affascinare, motivare, suscitare interessi; cioè aprire il cuore degli studenti. Perché? È incalzato da troppe richieste inutili, che non gli permettono di riversare le energie necessarie al lavoro in classe e alle relazioni autentiche. Di ciò, tra le altre cose, ha parlato il filosofo italiano Umberto Galimberti a Lugano qualche settimana fa.

A mio parere, senza una presa di coscienza che dei cambiamenti all’attuale modo di “fare scuola” del DECS siano più che necessari, la situazione – per docenti e allievi – non potrà che peggiorare. Per recuperare un’auspicata autorevolezza, oggi fragile, la scuola deve tornare al suo ABC, ossia istruire e - affiancando le famiglie - educare; recuperando una visione umanistica, culturale ed emozionale dell’insegnamento. Senza gli attuali voli pindarici, illusori e controproducenti.

Aron Piezzi
deputato PLR